venerdì 23 maggio 2014

Bukowski, lo scrittore dell'altra America

Charles
in       Chinaski  
L'Outsider
della letteratura
A         Sud di 
nessun Nord

         di Matteo Tassinari
Aveva cinquatanni Charles. Da quattro non andava a letto con una donna. Non aveva amiche Charles Bukowski, il postino. Guardava le donne, ovunque le incontrasse, senza desiderio e con un suo sentimento d’inutilità. Non riusciva nemmeno ad immaginare di poter avere rapporti sessuali con una donna, anche non sessuali. Aveva una figlia, di nome Marina, che Charles abbinava al sapore delle arance.

 Andava
  c on  
la madre, vicino a san Francisco, a trovare e trascorrere qualche ora insieme a sua figlia. Marina con la sua sola e minuta presenza, poneva un'amnestia, un momento salvifico, un Drop Point, un atto di clemenza vitale, dove i rancori e angosce (tante) passate, s'eclissavano improvvisamente. In realtà era solo per non farla soffrire ulteriormente. Bukowski viveva ad Hollywood e non riusciva a vederla spesso Marina. Tuttavia pagava sempre per il suo mantenimento. Puntualissimo. Piuttosto non si sbronzava per una settimana, ma i soldi per Marina erano santi. Per lui, dovevano esserci e poche storie. Marina valeva più di ogni altra cosa o persona al mondo per uno degli scrittori più trasgressivi e visionari della letteratura. 
Lasciato un lavoro 
Sicuro ma alienante come il postino, dopo 15 anni d'onorato servizio pubblico, decise di scrivere. Riprendere in arnese i ferri dove tamburellavano le lettere nere per imprimerle sul foglio bianco non era facile. Era terrorizzato. Beveva come il più grande alcolista del mondo. Fumava sigari avvolti con foglie essicate al macero cubano, il migliore che si poteva ottenere non al tabacchi. Scriveva a macchina come un tamburo battente, tutto quello che la testa fotografava, lo traduceva in parole. Una collina verde, una pozzanghera fangosa. Ascoltava musica classica alla radio fino all’alba, fino al suo ultimo metro, dove cadeva stremato. Voleva scrivere dieci pagine a notte, ma non sapeva mai quante ne aveva scritte fino al giorno dopo. Charles s’addormenta nel camerino o subbuglio. Ha la testa pesante come l'ancora di una nave arpionata ad un macigno terrestre che ti pesa sullo stomaco. Deve correre in bagno per vomitare immediatamente! Perdonatelo, se lo merita, dopo tutto quel che s'è bevuto.
Sembrava        la frase
mai scritta al       mondo
Passato il bad post    sbornia, si affrettava a dare una controllata al lavoro svolto la notte precedente, ed erano sempre più di dieci le cartelle scritte. A volte erano 17, altre 21, poi 28, anche 31. Non tutte buone. Alcune erano decisamente da buttare. Altre da ritoccare e ripulire di tutta la fuffa in più che nell'eccitazione dello scrivere, moltiplicata dall'alcol, sembravano le parole mancanti. Quando sei ubriaco e scrivi, ti sembra di scrivere la sillaba mancante al mondo, quella frase che tutti aspettavano e nessuno aveva ancora detto o scritto.
La    stessa frase,

il     giorno
dop o
la sbronza, assumeva puntualmente un aspetto del tutto banale e frivolo, demagogico e talvolta stupido se non didascalico. Era una sensazione di squallore spirituale, una sensazione che avrebbe steso a terra chiunque, anche Dante, il divin scrittore. Capì che era bene scrivere da ubriaco e correggere da lucido. Per scrivere il primo romanzo c’impiegò 40 notti, pensando sempre che l’abilità sta nell’esprimere concetti profondi in modo semplice. Il problema era riuscirci. E in questo si sforzava parecchio. Molto più di altri suoi illustri colleghi che pompavano soluzioni paradigmatiche utili al nulla degli intellettuali in malafede e corrotti.
Bukowski e una sua amica mentre legge orribili poesie.
Lui, impassibile, le dirà per non deluderla: "Sono poesie paradigmatiche"
M'importa 
di      grattarmi
le       ascelle
Al suo primo Reading di poesie, conobbe una ragazza di nome Ana in una libreria di Hollywood e come al solito era terrorizzato. Gli venivano in mente quelle persone noiose e che si annoiano e per questo vogliono mettersi continuamente alla prova per sentirsi vive. Il genere umano ha molte debolezze, ma le due principali sono l’incapacità d’arrivare in orario e quella di non mantenere le proprie promesse.



































Le mani sudavano più del dovuto e s’asciugava continuamente la fronte bagnata dal sudore del disagio con un pezzo di carta trovato lì per caso. Entrò, ma c’era posto solo in piedi e questo lo metteva in uno stato di disagio, con tremore e sudorazione eccessiva. Quanto sudava Bukowski! Succedeva che il suo metabolismo alcolizzato, di fronte ad una situazione di stress, reagiva in questo modo, probabilmente questo meccanismo era legato al tipo di vita sregolata che il grande scrittore conduceva. Si trovò davanti ad una scolaresca tutta vestita di fiori, famelica, pronta ad ascoltarlo e venerarlo. "Eccolo, sta arrivando" bisbiglia sottovoce uno studente. Sentiva che stava far ricorso subito alla poesia altrimenti la situazione diventava troppo "pesa". In ogni caso solo la poesia poteva toglierlo da quell'imbarazzante situazione che  gli toglieva l'aria. 

  Lesse     per
   30   minuti 
Passi scritti di notte di due anni prima. Nell’intervallo era ancora sobrio e sentiva gli occhi fissi degli studenti su di sè nell’oscurità della sala. Non era proprio tranquillo. Per fortuna aveva a portata di braccio una bottiglia di Ballantines per attenuarsi. Mentre si sedeva dietro la cattedra con una birra in mano, arrivò Diana, una amica di vecchi bagordi. Si guardarono in silenzio. Era questione di coraggio, quella d’essere il primo o la prima a parlare, a sbloccare la situazione che col tempo diventava sempre più afosa. Entrambi erano dei codardi orgogliosi, lasciando l'incombenza all'altro\a di sbloccare il frangente. Bella lotta tesa, decisa, colma d'amore imprescindibile da tutto. Decise di provarci lui, sparando un’affermazione idiota sul suo vestito e continuare ancora peggio: “Per cominciare mi piacerebbe strapparti quella frangia da Cow-Girl che ti penzola dalla giacchetta”. Si aspettava di tutto Bukowski, ma non un energico: "Cazzo hai detto Charles?".
Lei scappò impaurita
Del    resto la vita è dolce se glielo concedi e Charles in quanto a depressioni, non era secondo a nessuno. Non s’aspettava un esordio del genere. Bukowski, non sapeva mai cosa dire alle signore sui 45-50 anni, gli mettevano addosso laute dosi d'insicurezza. Riprese a leggere le poesie, mentre pensava che a volte se non si crede in quello che si fa, te la cavi molto meglio, perché sei libero da implicazioni emotive. E' anche terribilmente vero, seppur poco poetico, ma anche lo squallore o l'implacabile, hanno il loro fascino infinito, un "calamitaggio" magico che di convenzionale hanno assai poco.
Fine della lezione
E la richiesta di un autografo venne moltiplicata almeno per cento autografi con dediche sempre diverse. Alla fine gli doleva la mano a furia di ripetere: Charles Bukowski in Henry Chinaski e bla, bla, bla. Firmò pure tovaglioli che gli avevano sbattuto sotto la faccia, libri, quaderni, braccia, anche volti e vestiti. A quanto pareva aveva solo un’alternativa: vivere una vita frenetica o diventare un barbone, per lui la cosiddetta mediocrità, quel genere di vita che ti vuole ne carne ne pesce, non faceva per lui. Tornando a casa dimenticò Diana, così come dimenticava le donne che incrociava per la strada. Drinnnn. Era Diana, pazza come un miracolo nella sua folle bellezza. Cominciò a recitare le sue terribili poesie. Le avrebbe voluto dire: “Tesoro, perché non trovi un lavoro adatto a te?”. Ma non ce la fece, era troppo enorme la paura di offenderla.
"Senza Marina, gli spazi assumono dimensioni gigantesche, mi sento come un pappagallo impiccato", CHINASKI
Le poesie     erano davvero     brutte
... ma il suo corpo no. Gli chiese cosa pensasse delle sue poesie. Non poteva mentire sulla poesia, per lui argomento sacro. Ma non voleva neppure umiliarla! Le disse che le trovò difficili, sentendosi un povero idiota come lo chiamava sua figlia Marina. Riprese l'argomentazione per essere più convincente: “Sono dure, enigmatiche, testi che fanno pensare...”. Fortunatamente Ana era folle e senza volerlo lo tolse da guai, quasi imperdonabili, per lui. Ad un tratto, Ana, gli chiese se poteva scolpire la sua testa, perché lei era scultrice e diceva che quella testa da scimmione era particolare, anatomicamente vivace.
La testa di Bukowski fatta da Diana
Non     capì

nulla,

ma voleva evitare, da subito, quell'impasse: "Ok. Non ho uno studio, possiamo lavorare a casa tua. T’innervosisce l’idea?” Rispose che per lui non c’era problema. Si alzò per andare a casa e gli consegnò una risma di fogli battuti con una Remington per scrivere qualcosa. Erano un centinaio di poesie illeggibili. “Mi raccomando leggile, sono il mio passato, quindi il mio futuro”. Si sentiva fottuto, per Diana. 
Chinaski,

l'alter ego       di Buko
Non poteva mentirle ma non voleva neppure illuderla, sarebbe stato più sgradevole dirgli ch’erano belle. Il tempo aggiusterà tutto, aggiunse il Drugo mentre passava di lì, “Il grande Lebowski” era in amicizia con Chinaski, figura di fantasia nei racconti e poemi di Bukowski. Misantropo, alcolizzato, condizioni d'instabilità, disagi quotidiani, bollette, affitti, alcol, sigarette e qualche viaggio improvviso.
Viaggiava l'America passando da un lavoro all'altro come con le donne. Considerato il tratto di vita non conformista di Bukowski, Chinaski è considerato il suo alter ego, citato anche nell'ultimo romanzo "Pulp", del 1994. Bukowski, visto da vicino, tra fantasia, realtà e quel che si sa di lui, tanto vicino da superare la banale riduzione della sua vita a ribellione etilico-erotica, restituendo intatta la dimensione lirica e ferocemente onesta di un innamoramento totale per sua figlia Marina, per la quale non si risparmia e non cerca consolazione alcuna, ma lascia intravvedere momenti di luce di rara bellezza.
   Papà, c'è il sole
 nella tua      birra?
Quelle di  Bukowski, erano note di “Musica per organi caldi”, edita in America da Black Sparrow Press, in Italia, quando arrivò molti anni dopo, da Feltrinelli. La sua primaria preoccupazione era sua figlia Marina. L'ex moglie gliela portò, perché era rimasta senza soldi e desiderosa di andare a vivere per una settimana dal suo uomo. Disse: “Ciao Charles, non mi fermo a cena, vado ad una lettura di poesie, spero non sia un problema?”. “No, nient'affatto”. Così si trovò solo col suo Girasole: “Sai che ho preso un brutto voto a scuola?”. “Non ti preoccupare. I voti della scuola non sono mica tutto”. “Che cos’è tutto papà”. Messo alle corde, Bukowski spiattellò un qualcosa del tipo: “Non saprei, forse il centro del sole?”. Risposta che incuriosì Marina: “Com’è il centro del sole?”.
Quando la tua fama ti precede
“Grazie tesoro, ti voglio bene”
Con slancio   d’invettiva disse: “Penso che sarebbe, più o meno, una pera all'avocado. Si, come una pera e avocado, uno lo mangia e si scalda il sangue, uguale con le arance”. Marina, ferendolo, gli chiese: “Papà, c’è il sole nella tua birra?”. “Oh si Marina, il mio bicchiere strabocca di sole, come hai fatto a notarlo? Non è cosa che riesce a molti”. Nonostante l'età molto giovane, Marina aveva appreso molto dal padre, portandola a lavorare di variegata fantasia e cangiante creatività.
C'è puzza qua. Eppure è tutto pulito, sarà passato Buko

Sogni di corallo
La chiusa di quella sera fu qualcosa di effettivamente e affettivamente commovente. Marina andò a letto augurando al babbo "sogni di corallo", chiedendogli: "Papà, io penso che c’è un grande sole dentro di te". Ormai ridotto alle lacrime e all'incapacità di parlare per il groppone in gola fissato dall'emotività, valore profondissimo e troppo deturpato, soprattutto da certi cattolici integralisti, il bisonte con l'ombelico al vento perché la maglia a maniche corte era corta anche di suo, si bloccò Cercò di parlare, ma era suoni sconnessi.
Con l'amica Diana mentre Buko ha da fare con la sabbia
Vorrei     chiederti scusa
Marina capì, seppur bambina, che stava a lei fare qualcosa. "Babbo mi fai sentire l'odore della tua barba?". Si chinò, come un corpo assente d'anima e lei annusò quei peli lunghi e non curati, e per questo motivo Chinaski non volle starle vicino troppo, doveva al limite prima pulirsela e farsela annusare, pensava.
Buko, versione papà
Con la voce rotta, riuscì a dire a malapena:
"Grazie tesoro, ti voglio bene e con me sei al sicuro"
Chiuse la porta piano col cuore gonfio di gioia. Appena da solo nella sala dove la Tv era ancora accesa, incespicò in un mobile facendo un casino totale, per spegnerla e fare silenzio affinché Marina potesse dormire il meglio possibile. Pianse immediatamente, senza un motivo, ma per ceste di motivi. Era contento di essere solo con sua figlia, lo faceva sentire a posto col mondo, era tutto più pianificato, e il cuore di Chinaski batteva come quella dell'adolescente che per la prima volta da un bacio alla sua amichetta.
  Quella voglia di
 chiedere scusa
Insieme a Marina a 35 anni
Pensava che Marina era al di la di quella porta, non gli poteva sembrare vero che all'una di notte loro due erano soli con i loro film. In Bukowski cresceva la voglia di chiedere scusa a Marina per avuto in sorte un padre così bucolico e elegiaco, ma sappiamo anche che Buko era persona sensibile alle foglie e piangeva come un adolescente, vinto da quell'idillio con la sua creatura per la quale avrebbe fatto tutto ciò che le avrebbe chiesto, un volo pindarico e senza l'ausilio dell'alcol o di un altro "paracadute". tutto il resto era già estasi. Però Buko sentiva che sarebbe terminato quel periodo felice vissuto con Marina, e per questo aveva aura restare senza sua figlia cresciuta.
Charles Bukowski con la figlia Marina appena nata
L’outsider     della
letteratura
Bukowski il caustico, l'impetuoso, che disubbidisce e deride la gente agli incontri di poesia, che abbandona molti impieghi, che disattende chi lo adora e chi lui stesso ha adorato. Ma pure il papà Charles più riservato e segreto, più spirituale e imbarazzato, il giovane travagliato e l'uomo possessivo quanto e amleticamente debole e fragile, consumato e indefesso nell'instancabile amore emozionato verso il suo unico sole, Marina, la figlia di 11 anniCerto, la nascita di Marina aveva stabilizzato la sua vita, almeno un pò! Il ricordo di quando si sedeva sul divano e Marina gli si avvicinava lenta, per poi chiederli: “Giochiamo papà?”. E lui: “Vediamo, tu sei Batman, perché è lui che fa sempre tutto. Mentre io sono Robin, che non fa mai niente”.
La sanità mentale
è un'imperfezione

 Marina,
 sorprendendolo,
gli disse
con l'innocenza dei bambini: “Ma tu babbo sei matto!” E Charles pensò: "bè come dargli torto?". Poi finiva che si stendeva sul divano e fingeva di dormire. Marina, fregandosene, iniziò a saltare al suo fianco, facendolo sobbalzare al suo ritmo. Ridevano insieme, lo scrittore 50enne e la figlia, all'epoca di appena 11 anni, si sentiva pieno di arance e pere all’avocado. Venne il giorno che la mamma passò a prendere Marina per portarla a san Francisco dove abitava. Lasciando perdere lo strazio di Buko, quasi umiliato e infinitamente dispiaciuto da quella separazione, entrambi s’abbracciarono per piangersi addosso e lasciarsi addosso le lacrime dell’altro. Non disse nulla di preciso, solo uno sbiadito: "Mi sono divertita tanto con te papà", con la voce rotta dall'emozione triste. Il cuore di quell'omone stava per esplodere a causa di un mix emozionale ingovernabile, al punto che non sapeva cosa dire. Scelse di guardarla con un sorriso bello e allegro, senza dire nulla. Tornò in casa e gli sembrò vuota, rispetto a cinque minuti prima. Eppure Marina è così piccolina? Che razza di roba è 'sta vita! 
Bukowski, mentre pensa a sua figlia Marina
Che vuoto orribile 
senza        Marina
Era  il suo pensiero fisso che girovagava nella mente di Charles, seduto sul divano, solo, attorniato da cento barattoli di birra, bottiglie di gin, rum, whisky, molte arance e pompelmi, perché cariche di vitamina C che aiuta ad attenuare le botte delle tante sbornie, senza pensare a niente se non a lei, Marina, il suo odore, la sua allegria, la sua dolcezza, la sua creatività seppur ancora bambina, la sua luce, il suo candore, la sua intelligenza colta, il suo amore che gli riempiva completamente i giorni di felicità.
A volte si dimenticava anche di bere

E    ora? Che brutto senza Marina. Che freddo. Non vorrei che fosse così la morte, pensò. Scrivere è come andare al tappeto al primo round in un vortice di suoni e luci e tu barcolli e dimostri coraggio. C'è il suono dei tasti che sbattono sul rullo dove passa il nastro rosso e nero nelle macchine per scrivere che lo consolava da tutte le intemperie esistenziali. Era la musica più bella per le sue orecchie, significava che andava, che c'era. Ma non sempre. Lavorò ai depositi ferroviari, puliva le carrozze dei treni di New York, fece il postino per molti anni. Affittò una stanza nel quartiere filippino. Poi si ritrovò a New Orleans, praticamente casa sua. La considerava la sua città anche se non vi era nato. Tutta la notte si sentivano rumori, portoni più sbattuti che chiusi, sciacquoni tirati con urgenza e violenza, è ovvio che Bukowski non riuscì a dormire. Tirava avanti grazie a lavori pesanti. Puliva gli androni delle scale di grandi edifici a Manhattan per pochi miseri e puttanieri dollari.
I Corvi 2, di Van Gogh
Il rubinetto      rotto
del lavandino
Diceva che Van Gogh s'era sparato e bastava osservare i suoi dipinti per immaginare approssimativamente il motivo del gesto ultimo. Un inutile nulla che divora l'anima come un animale che porti dentro. Viaggiava, beveva, scriveva, lavorava. A volte si chiudeva nella stanza anche per tre giorni di fila al buio bevendo alcolici. Oppure usciva per fare a cazzotti con qualcuno, molta gente lo faceva e lo fa ancora per sfogare la disperazione che incombeva violenta su di loro. Oppure parlava per ore con prostitute. Cercava qualcosa che non trovava. Intanto le case editrici gli rifiutavano tutti i racconti che portava. 
Fabrizio De André
Appena lo vedevano s'apriva uno stato di imbarazzo da entrambi le parti, rimaneva di stucco per la sua miseria, se ne vergognava. Il suo look spaventava gli editor con profumi da 500 euro e anche se quei fogli li avesse scritti Shakespeare, non se ne sarebbero accorti. Adoro chi si sente fuori posto, fino ad arrivare a capire quale fosse il posto giusto. In questo, Bukowski, somiglia al poeta francese Arthur Rimbaud e Dino Campana, un genio da manicomio dove trascorse molto tempo della sua vita. Tuttavia riuscì ad esprimere in maniera encomiabile il suo male oscuro con un irrefrenabile bisogno di fuggire e dedicarsi ad una vita errabonda. La prima reazione della famiglia e del paese e poi dell'autorità pubblica, fu quella di considerare le stranezze di Campana come segni lampanti della sua pazzia, fino al top ensamble di Fabrizio De André, che dopo Montale è certamente il poeta più dotato del secolo scorso. Rimbaud lascia la poesia per avventurarsi nel continente tenebroso (l'Africa) e prestandosi a venture più avventurose ed alternative, divenendo un trafficante d'armi. Campana invece, al termine del suo film, si getta privo di latitudine e longitudine in un punto dove giocarsi la mente trovando solo follia.
La condivisibile provocazione
Per festeggiare

  fumerò       una Lucky     
(le migliori ndr)



La maggior   parte degli scrittori contemporanei, per Bukowski non avevano nulla di nuovo da narrare. Ci provò lui raccontando di storie e liti coniugali, operai, pazzia, le file per fare la spesa. Era a New York e andò all'edicola sotto casa. Diede un'occhiata alle riviste, scorse i nomi degli autori pubblicati sul nuovo numero di Story e con grande sua immensa gioia, lesse anche il suo nome tra i pubblicati! Era su una delle riviste più importanti d'America. Scoppiò a piangere e a ridere contemporaneamente, come un bambino. Gli venne in mente Marina. Era il 1944, aveva 24 anni e gli avevano pubblicato un testo che aveva redatto per scherzo e loro l'avevano pubblicato. Non spesso, ma capita, che succede d'andare a dormire che fai il facchino e il mattino successivo ti svegli scrittore, con alcuni racconti pubblicati su di una rivista conosciuta e importante. Per festeggiare si fumò, con molta calma, una sigaretta.
La Tubercolosi 
s’interessò di lui nel 1988, ma lui non s'interessò di lei e non s’arrese e durante gli ultimi giorni della sua convulsa vita, continuò a scrivere libri fino al marzo del 1994 all’età di 73 anni, quando una leucemia fulminante lo porta alla morte, a San Pedro, proprio appena dopo che aveva finito di scrivere il suo ultimo romanzo "Pulp", una storia del XX secolo dopo la morte del "cattivo ragazzo della letteratura", come era chiamato affettuosamente dai suoi ammiratori. Riscosse notevole successo il libro che narrava delle indagini che si snodano tra bar, locali, motel, soste obbligate che rimandano il più possibile a sprofondare in una falsa autocommiserazione, nonostante questo o forse proprio per questo Nick rimane il "detective più dritto di Los Angeles".















 "La verità è
nelle sfumature"
Il romanzo mutua il titolo dal genere "pulp" proprio dei "Pulp magazine", dove narra dell'investigatore privato Nicky Belane, alle prese con ricerche assurde e surreali, come quelle che vedono come protagonisti lo scrittore francese Louis-Ferdinand Céline e l'elusivo Red Sparrow. I funerali furono officiati da monaci buddisti, alla cui disciplina spirituale, Bukowski aforismi, diceva d'essersi avvicinato negli ultimi anni.
I furbi ci fottono sempre al momento giusto, nel posto giusto, con il sorriso giusto quella grazia che hanno solo chi conosce la Suburra dell'anima Camminano con sprezzo anche sopra la loro merda, pensa un poco. Il problema, nel tappeto magnifico dei versi di Charles, è che il problema sono le persone intelligenti pieni di incertezze e dubbi, mentre gli stupidi sono piene di sicurezza, poche e confuse. Ebbe a dire di se stesso: "Io sono un paranoico, penso che il mondo intero ce l'abbia con me. Ecco perché mi stanno tutti sul cazzo". Come a dire: non c'è vuoto più grande di quando qualcuno ti entra nella vita e te la scombussola e poi se ne va. 
"Detesto i prati perché tutti hanno un prato con l'erba e, quando si tende a fare le cose che fanno tutti gli altri, si diventa tutti gli altri". Chinaski
La sua lapide: "Henry Charles Bukowski. Don't Try (frase sulla tomba) significa "non provate" 1920-1994
Il       capitano è
fuori a     pranzo
Qualcuno, in uno di questi posti, mi chiese: "Cosa fai? Come scrivi? Come crei?. Non lo fai, gli dissi. Non provi. È molto importante: non provare, né per le Cadillac, né per la creazione o per l'immortalità. Aspetti e se non succede niente, aspetti ancora un pò. È come un insetto in cima al muro, aspetti che venga verso di te. Quando si avvicina abbastanza, lo raggiungi, lo schiacci e lo uccidi. O se ti piace il suo aspetto ne fai un animale domestico. Tutti dobbiamo morire, tutti quanti. Che circo! Non fosse che per questo dovremmo amarci tutti quanti e invece no, siamo schiacciati dalle banalità, siamo divorati dal nulla e ci sbraniamo dall’invidia”.